Diciotto anni fa moriva Paolo Borsellino. Moriva per mano della Mafia, ma su direzione occulta di quella parte deviata dello Stato che ancora oggi striscia nel sottobosco della Repubblica.
Paolo Borsellino è morto perché si è messo di traverso alla scellerata trattativa fra Mafia e Stato che lui riteneva indegna di un paese civile, è morto per aver fatto il proprio lavoro e per aver creduto nella giustizia. È morto sapendo di dover morire, dicendo sempre "Ho poco tempo, devo fare in fretta" perché sapeva quello che sarebbe successo e nonostante questo non ce la faceva proprio a non fare il suo dovere. Accettare una trattativa con i macellai mafiosi richiedeva capacità di genuflessione che andavano oltre le sue. Uomini come lui sono merce rara di questi tempi. E dopo diciotto anni nemmeno i politici tornano più in via d'Amelio per controllare che il magistrato sia morto davvero, ormai ne sono ragionevolmente certi.
Il fratello, Salvatore Borsellino, va su e giù per l'Italia tenendo conferenze, incontrando persone, cercando verità e giustizia per la morte del fratello. La sua lotta dovrebbe essere la lotta di tutti, affinché le idee di Paolo Borsellino - e di Giovanni Falcone - continuino a camminare sulle nostre gambe, perché il loro sacrificio non sia stato invano. E perché nessuno dei farabutti che hanno ridotto l'Italia in questo stato passando anche sulla pelle dei due magistrati antimafia si abbia mai ad illudere di aver vinto.

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