domenica, luglio 18, 2010

Cervelli pensanti

I governi che mirano a totalitarismi di varia natura - o comunque guidati da vecchi incapaci ignoranti - hanno sempre tagliato i contributi e gli investimenti, per quanto riguarda l'Italia, in due settori: istruzione e arte. Il motivo è molto semplice: istruzione ed arte insieme costituiscono la cultura, primo costituente genetico della memoria. Non intendo cultura in senso univoco, e confondere il livello di istruzione con il livello culturale di un soggetto sarebbe un errore. Ma quello che molti, ducetto di Arcore in testa, temono sono le persone che pensano con la loro testa. Una mente allenata e libera da pregiudizi è più difficilmente condizionabile, e spesso in questi casi il controllo pressoché totale dell'informazione risulta molto meno efficace oppure inefficace del tutto, così come il populismo di stampo Berlusconiano o Leghista che trova facile presa tramite luoghi comuni e premesse insensate che conducono a conclusioni di comodo anche se del tutto infondate e - spesso - pure molto pericolose (come ad esempio l'aggravante per il reato di clandestinità).
La rivoluzione culturale di cui abbiamo bisogno è ancora ben lontana dal realizzarsi ma le prime avvisaglie ci sono. Soprattutto grazie a Internet che è sempre più alla portata di tutti e sempre di più riesce a bypassare i canali di comunicazione unidirezionali come la televisione, nella quale i Berlusconi e i Minzolini spadroneggiano incontrastati, incidendo su quelle persone che non hanno gli strumenti e i mezzi culturali per difendersi dall'edulcorazione - quando non la completa omissione - dei fatti.
Ogni giorno veniamo sommersi di poche piacevoli novità, ultima ma non per importanza quella che adesso anche la magistratura - o meglio, parte di essa - si scopre essere fortemente collusa con il potere per mezzo di quella che è stata chiamata la nuova P2. Il progetto del venerabile Licio Gelli non è mai morto, ma nel corso degli anni, una leggina dopo l'altra, trova attuazione in quasi tutti i suoi punti come splendidamente spiegato in una analisi dettagliata di Marco Travaglio sul sito del Fatto Quotidiano. La domanda finale è sempre la stessa: fino a che punto dobbiamo arrivare per dire basta?

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