mercoledì, marzo 03, 2010

Le donne come merce di scambio


Leggo per caso oggi sul blog di Sabina Guzzanti la sua adesione ad un appello pubblicato in rete contro lo sfruttamento delle donne come merce di scambio, pare di capire, in primo luogo politica. Ovviamente penso che sia giusto – è una vita che lo dico – conveniente ed essenziale che questa questione come altre diventino sostanziali e non mero argomento da bar. Con la responsabilizzazione e la sensibilizzazione di tutti può nascere – o rinascere – qualcosa di buono. Insomma l’obbiettivo dell’appello appare purtroppo quello di sempre: fare in modo che le persone finalmente si incazzino.
Dico purtroppo perché non è bello che si debba arrivare a questo punto per far valere quelli che sono diritti sanciti dalla nostra Costituzione e che oggi siamo arrivati a percepire come privilegi – un po’ come succede nelle borgate mafiose dove anche per una cura sanitaria che ti spetta di diritto devi passare dal boss di turno. E dico finalmente perché a questo punto credo si possa parlare di legittima difesa.
E di legittima difesa credo si possa parlare, infatti, anche per l’appello cui Sabina ha aderito. Si legge che:
Ci siamo stufate di sentir dire con un sorriso sornione alla radio, in farmacia, in televisione: e che sarà mai? Ci sono cose peggiori… In questi giorni ci siamo chieste: ma ci sono degli italiani che considerano offensivo trattare una donna come un oggetto di scambio, o ormai la pensano tutti così? Così abbiamo pensato di lanciare un appello ai candidati di sinistra: per poterci fidare di loro, per poterli votare, esigiamo che si schierino. Chiediamo che tra i primi punti del programma politico dei candidati di sinistra venga inserita una dichiarazione semplice, chiara e forte: io non considero normale che le donne siano trattate come merce di scambio nelle relazioni personali e professionali, nella politica, nella comunicazione. Uno spartiacque fondamentale in questi tempi gelatinosi, in cui l’immagine della donna sembra aver percorso a ritroso sentieri che si credevano ormai superati. Non è più una questione di costume: è una questione di sostanza. Le donne sono oltre la metà dell’elettorato, e hanno diritto di sapere da che parte stanno le persone che aspirano a rappresentarle.
Ma difesa da cosa, esattamente? Dalla propaganda di demoralizzazione  rappresentata nel nostro paese dall’egemonia Berlusconiana che ha portato al decadimento dei valori che queste signore – giustamente – invocano? Oppure dai franchi tiratori che si annidano dietro le proprie linee?
Prima di andare avanti nel discorso ci tengo a precisare che sono d’accordo con quanto scritto nell’appello sopra riportato. Solo mi sento di fare un paio di considerazioni personali.
Nel medioevo le donne di libero pensiero finivano sul rogo, oggi finiscono su Novella 2000 e per alcuni questo è un progresso – cit. Luttazzi. Il punto è che parte del problema sono forse le donne in se, o meglio quella parte femminile contagiata dalla propaganda di cui sopra. Si fanno esse stesse portatrici e strumenti di quello scambio, spesso politico come apprendiamo ogni giorno sempre di più, così come lo fanno gli uomini con altri mezzi. Trovo l’interpretazione di queste righe molto femminista, e quindi atto solo a ghettizzare la categoria senza andare al nocciolo del problema. Vero è che assistiamo in questi mesi alla mercificazione delle donne oggetto in ogni tipo di mercato, dalle sale del governo fino alla protezione civile di Guido Bertolaso. Donne inviate da imprenditori che cercano favori dai potenti di turno, in pieno stile borgata mafiosa. E fin qui il ragionamento sopra riportato ci può stare, perché le donne sono effettivamente una merce.
Ma non ci dimentichiamo che abbiamo assistito anche a fenomeni tipo quelli evocati dalle intercettazioni Berlusconi-Saccà, nelle quali il cavaliere chiede al suo cocker da riporto di piazzargli qualche attricetta che altrimenti comincia a parlare.
A parlare di cosa? Di Berlusconi che le ha fatto delle promesse in cambio di qualcosa. Do ut des. Situazioni in cui la mercificazione è volontaria e consapevole, in cui di proposito si offre qualcosa in cambio di qualcos’altro. Ma qui non ci sono distinzioni di sesso che tengano, ognuno offre quel che ha e se è di gradimento al principe si avranno i suoi favori. Che poi la stragrande maggioranza di casi in questione riguardi corpi femminili dipende dai gusti del principe in questione ed è una situazione figlia dei nostri tempi, ma questo non rende totalizzante il ragionamento.
Insomma, qui si tende a differenziare le donne dagli uomini nel ragionamento. La cosa credo possa derivare dal fatto che oggi le donne sono a tutti gli effetti discriminate, soprattutto a livello lavorativo, ma questo fatto non può, ripeto, reggere se il discorso lo si affronta sulla linea di principio. “Le donne sono oltre la metà dell’elettorato, e hanno diritto di sapere da che parte stanno le persone che aspirano a rappresentarle” è una frase che, da sola, separa le donne in un contesto diverso da quello degli uomini mentre invece, in linea di principio appunto, non lo è. In questo paese quelli che cercano la scorciatoia danno ciò che possono al potente di turno per aspettare che le briciole gli cadano dal tavolo. Senza distinzione di sesso. Gli imprenditori danno soldi, i clericali voti, le donne altro. Non c’è differenza.
Con questo non voglio dire che il discorso non sia giusto nel contesto attuale, anzi mi sento di sottoscriverlo. Dico soltanto di guardare anche dentro quello che queste – alcune – donne considerano come una cerchia: se il concetto in questione passa, poi la prima signorina che si svende per un briciolo di potere vi sbugiarda.
“Visto? Non è vero che noi usiamo le donne come oggetti, sono loro che si fanno usare”
Giusto è affrontare il problema, e credo che per farlo non basti dare contro a chi mercifica la donna, ma anche alle donne che in qualche modo legittimano e promulgano questo comportamento, perché se domani ci svegliassimo e nessuna donna fosse più disposta a vendersi il giochino sarebbe rotto sul nascere.

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